Le auto connesse e le rispettive app per smartphone possono trasmettere una quantità rilevante di dati a società esterne, comprese aziende legate alla pubblicità e al tracciamento. È quanto emerge da una ricerca sottoposta a revisione paritaria, condotta da ricercatori della Northeastern University insieme a Consumer Reports, su 21 veicoli recenti e 30 app companion.
Il punto non riguarda soltanto i dati prodotti mentre si guida: secondo i ricercatori, associare l’app all’auto raddoppia approssimativamente l’esposizione a società pubblicitarie e di tracking. Per sottrarsi completamente al fenomeno, il rapporto indica che potrebbe essere necessario rinunciare anche a funzioni connesse come avviamento e sblocco a distanza.
Che cosa ha analizzato lo studio
I ricercatori hanno esaminato 21 veicoli di ultima generazione appartenenti a 17 case automobilistiche. Nel campione compaiono, fra gli altri, marchi GM come Cadillac e Chevrolet, oltre a Ford, Lucid, Rivian, Tesla e Toyota. L’analisi ha incluso anche 30 applicazioni mobili collegate alle vetture, per valutare le implicazioni di privacy dell’ecosistema delle auto connesse.
Non è una questione limitata a un singolo produttore o a una sola funzione. Le tecnologie di bordo basate su connettività, Wi‑Fi e GPS raccolgono molti dati sui proprietari dei veicoli; lo studio ha cercato di capire verso quali soggetti viaggiasse il traffico generato da auto e app.
I dati che raggiungono società esterne
Secondo i risultati riportati, 19 dei 21 veicoli testati hanno inviato traffico ad almeno una terza parte. Le aziende citate comprendono Adobe, ContentSquare, Google, Microsoft, Meta, Snap e Yahoo. La presenza di traffico verso questi soggetti non descrive da sola ogni singolo dato trasferito, ma mostra quanto sia estesa la rete di servizi esterni coinvolta.
Il passaggio più delicato riguarda sette delle 30 app analizzate. Queste avrebbero condiviso con terze parti associate a tracciamento e pubblicità dati sensibili quali numero di identificazione del veicolo, indirizzi email, numeri di telefono e posizione precisa.
Quando più elementi informativi arrivano allo stesso soggetto, la combinazione può consentire a inserzionisti e intermediari di dati di costruire profili molto dettagliati. Il rapporto segnala che tali profili possono poi circolare fra varie aziende, comprese assicurazioni e banche. Non si tratta quindi solo della visualizzazione di pubblicità: l’associazione fra identità, veicolo e spostamenti può avere conseguenze più ampie sulla riservatezza dell’automobilista.
Perché l’app può ampliare l’esposizione
Le app companion sono utili proprio perché mettono sul telefono alcune funzioni dell’auto: stato del veicolo, posizione e, in certi casi, comandi remoti. Ma la ricerca rileva che collegare l’app alla vettura ha quasi raddoppiato l’esposizione verso aziende di advertising e tracking.
Alcune case automobilistiche hanno spiegato a Consumer Reports che determinati collegamenti nelle loro app aprono pagine web esterne, le quali possono usare cookie per raccogliere dati dei clienti. I ricercatori osservano però un problema a monte: indipendentemente dalla modalità di raccolta, i conducenti non sarebbero stati informati di questo passaggio.
La risposta dei produttori e il caso Honda
I risultati sono stati condivisi con i produttori coinvolti. Stando ai ricercatori, tutti tranne Honda hanno in larga parte attribuito la responsabilità ad altri soggetti o agli utenti stessi.
Honda, invece, avrebbe modificato le proprie pratiche di raccolta dopo essere stata informata delle conclusioni dello studio e avrebbe chiesto al proprio fornitore Amplitude di eliminare tutti i dati di geolocalizzazione ricevuti. È un intervento circoscritto a quanto riportato dai ricercatori, non una conferma che l’intero problema sia risolto per ogni auto o app connessa.
FAQ
Quali informazioni possono essere condivise dalle app auto?
Nelle sette app indicate dallo studio compaiono dati come VIN, email, numero di telefono e posizione precisa. Il rapporto non afferma che tutte le 30 app condividano gli stessi elementi.
Il problema riguarda soltanto le app per smartphone?
No. Diciannove dei 21 veicoli esaminati hanno inviato traffico almeno a una terza parte. L’app collegata alla vettura, però, avrebbe aumentato ulteriormente l’esposizione a soggetti pubblicitari e di tracciamento.
Honda ha cambiato qualcosa dopo lo studio?
Secondo i ricercatori, Honda ha migliorato le proprie pratiche di raccolta e ha ordinato ad Amplitude di eliminare i dati di geolocalizzazione che aveva ricevuto.
Considerazioni finali
Il dato più rilevante non è che un’auto connessa raccolga informazioni necessarie a servizi digitali, ma la difficoltà nel comprendere dove queste informazioni finiscano e come possano essere combinate. Se perfino il collegamento dell’app può quasi raddoppiare l’esposizione a tracciamento e pubblicità, la trasparenza non può restare nascosta dietro collegamenti esterni o informative poco visibili.
La reazione attribuita a Honda dimostra che intervenire sui flussi di geolocalizzazione è possibile quando il problema viene individuato. Il punto decisivo resta però quello evidenziato dalla ricerca: gli automobilisti non sarebbero stati informati della raccolta, mentre dati come posizione, contatti e VIN possono contribuire a profili destinati anche a banche e assicurazioni.

