HomeTecnologia e ScienzeE se i muri diventassero batterie

E se i muri diventassero batterie

Trasformare i muri degli edifici in vere e proprie batterie ricaricabili: è questa l’ambizione di un team di ricercatori franco-spagnolo. L’obiettivo è sviluppare una nuova tecnologia di stoccaggio elettrochimico basata su geopolimeri, aprendo la strada all’integrazione diretta delle funzioni di stoccaggio energetico nei materiali da costruzione.

Di fronte alla crescente diffusione delle energie rinnovabili, spesso intermittenti, la necessità di soluzioni di stoccaggio stazionario diventa cruciale. Sebbene l’idea di immagazzinare energia nei calcestruzzi non sia nuova, è rimasta a lungo marginale a causa delle prestazioni insoddisfacenti, limitandosi per lo più allo stoccaggio termico.

Un sistema elettrochimico Zn-MnO2 è integrato in una matrice solida di geopolimero a base di metacaolino. Questa architettura consente lo stoccaggio e la restituzione di energia direttamente dal materiale da costruzione, aprendo la strada a edifici capaci di immagazzinare elettricità nei loro muri.

I ricercatori dell’Istituto di chimica della materia condensata di Bordeaux (CNRS/Università di Bordeaux/Bordeaux INP), in collaborazione con il Centro di fisica dei materiali spagnolo, hanno compiuto un passo importante progettando una batteria solida il cui elettrolita è un geopolimero a base di metacaolino, un polimero inorganico aluminosilicato ottenuto dalla calcinazione delle argille. Riconosciuto per le sue eccellenti proprietà meccaniche, questo geopolimero è un’alternativa ecologica al cemento Portland ordinario come legante del calcestruzzo, poiché la sua produzione emette molto meno CO₂.

Ispirandosi ai geopolimeri già utilizzati come alternativa al cemento classico nei calcestruzzi a basso impatto ambientale, gli scienziati propongono un nuovo sistema elettrochimico molto più efficiente grazie alla conversione diretta dell’energia chimica in elettricità. Questo dispositivo permetterebbe, ad esempio, di immagazzinare nei muri stessi degli edifici l’elettricità prodotta da pannelli solari o turbine eoliche, per un utilizzo differito.

La batteria ricaricabile progettata dal team è una batteria Zn-ion che utilizza questa matrice di geopolimero come elettrolita separando elettrodi classici, fatti di zinco per l’elettrodo negativo e diossido di manganese per l’elettrodo positivo. Attivata da una soluzione di solfato di zinco, la matrice porosa contiene una fase liquida residua che assicura il trasporto degli ioni Zn2+ da un elettrodo all’altro.

Il risultato è una densità di energia di 3,3 Wh/L, quattro volte superiore a quella (0,8 Wh/L) misurata nei dispositivi cementizi classici di tipo Portland. Certo, questa densità è molto inferiore a quella delle batterie convenzionali di tipo Li-ion (~570 Wh/L). Tuttavia, lo stoccaggio è qui integrato direttamente nei materiali da costruzione, offrendo una soluzione innovativa e sostenibile per l’accumulo di energia.

 

Fonte: Techno Science

Per saperne di più

Julie Maddaloni
Julie Maddaloni
Ciao! Sono una blogger appassionata di tecnologia e delle news dei mondi Apple e Android. Amo scoprire le ultime novità del settore e condividere storie e consigli utili con chi, come me, è sempre alla ricerca delle ultime novità. Quando non sono immersa tra recensioni e aggiornamenti tech, mi rilasso con una buona pizza e una maratona di serie TV! 🍕📱💙
TI POTREBBERO INTERESSARE

ARTICOLI CONSIGLIATI

Il nuovo T. rex dei mari era nascosto in un museo da decenni

Il nuovo T. rex dei mari era nascosto in...

C’è qualcosa di quasi cinematografico in questa storia: un fossile raccolto nel 1979, sistemato in una collezione museale, studiato per anni come se fosse “solo” un esemplare già noto e poi, all’improvviso, capace di cambiare nome, identità e peso scientifico. Il protagonista si chiama Tylosaurus rex, abbreviato inevitabilmente in T. rex, ma non ha nulla a che vedere con il celebre dinosauro terrestre se non l’idea di dominio assoluto nel proprio ambiente. Questo animale era un mosasauro, un gigantesco rettile marino del Cretaceo, e secondo il nuovo studio poteva raggiungere circa 13 metri di lunghezza. Praticamente un autobus con denti affilati.
Il taccuino medievale finito nel bagno che racconta una storia incredibile

Il taccuino medievale finito nel bagno che racconta una...

Ogni tanto l’archeologia tira fuori una di quelle storie che sembrano scritte apposta per Internet. Questa volta il protagonista non è un tesoro d’oro, né una spada, né un affresco nascosto dietro un muro. È un piccolo taccuino medievale, caduto in una latrina circa 700-800 anni fa e ritrovato ancora leggibile.Sì, una specie di notebook dell’epoca, ma senza cloud, senza backup e con un destino decisamente poco elegante.Il ritrovamento arriva da Paderborn, in Germania, durante alcuni scavi archeologici legati a lavori edilizi. Gli studiosi hanno recuperato da una latrina medievale un oggetto minuscolo, circa 10 per 7,5 centimetri, composto da tavolette di legno rivestite di cera e protette da una copertura in pelle decorata. Non un libro nel senso moderno, ma un supporto da appunti riutilizzabile: si incideva la cera con uno stilo e, quando serviva, si poteva cancellare e riscrivere.A guardarlo oggi fa quasi sorridere, perché il paragone con lo smartphone viene naturale. Era piccolo, portatile, personale, usato per annotare informazioni al volo. Solo che se cadeva nel bagno, in certi casi, poteva conservarsi meglio di un iPhone.
Cellule staminali e diabete tipo 1: la cura si avvicina davvero?

Cellule staminali e diabete tipo 1: la cura si...

Il diabete di tipo 1 è una di quelle malattie in cui la tecnologia medica ha fatto passi enormi, ma senza risolvere il problema alla radice. Sensori continui, microinfusori, algoritmi sempre più intelligenti: tutto utilissimo, per carità. Ma il corpo resta dipendente dall’insulina esterna, perché il sistema immunitario ha distrutto le cellule beta del pancreas, quelle che dovrebbero produrla in modo naturale.La novità arrivata dai trial sulle cellule staminali è interessante proprio per questo: non si limita a gestire il glucosio, prova a riaccendere la produzione interna di insulina.
Il cancro non è solo sfortuna: due abitudini pesano più di quanto pensiamo

Il cancro non è solo sfortuna: due abitudini pesano...

Quando si parla di cancro, la conversazione finisce spesso in due binari opposti: fatalismo da un lato, retorica del “basta vivere bene” dall’altro. La realtà è meno comoda. Una nuova analisi globale guidata da WHO e IARC, pubblicata su Nature Medicine, indica che una quota enorme dei tumori diagnosticati nel mondo è collegata a fattori modificabili. Non significa che tutto sia sotto controllo. Significa che una parte del rischio passa da abitudini, ambiente, infezioni prevenibili e politiche sanitarie.Il punto più forte, ripreso anche da ScienceAlert, riguarda due comportamenti concreti: fumo e consumo di alcol. Quasi metà dei tumori prevenibili considerati nello studio sarebbe collegata a questi due fattori. Attenzione alla sfumatura: non vuol dire che metà di tutti i tumori dipenda da sigarette e alcol, ma che dentro il perimetro dei tumori attribuibili a cause prevenibili questi due elementi pesano tantissimo.