HomeInternetCloudflare contro Piracy Shield: ricorso, multa e un precedente che pesa

Cloudflare contro Piracy Shield: ricorso, multa e un precedente che pesa

Il caso è esploso davvero quando la discussione è uscita dalla solita bolla “pirateria = streaming illegale” ed è finita nel territorio più scivoloso: chi decide cosa viene bloccato su Internet, con quali garanzie e con quali effetti collaterali.

Il 17 marzo 2026 ANSA racconta che Cloudflare ha presentato ricorso contro la sanzione da oltre 14 milioni di euro inflitta dall’AGCOM a gennaio. Al centro c’è Piracy Shield, il sistema italiano che impone agli operatori coinvolti nell’accesso ai contenuti di oscurare domini e indirizzi segnalati dai titolari dei diritti, entro una finestra molto stretta.

Fin qui sembra “solo” una storia di antipirateria. In realtà, è un braccio di ferro che parla di regole europee, trasparenza, responsabilità degli intermediari e di quanto può essere fragile la rete quando si interviene di accetta, invece che di bisturi.

Cos’è Piracy Shield e perché è diventato così invasivo

Piracy Shield nasce nel perimetro della legge antipirateria (luglio 2023) e diventa operativo dal 1° febbraio 2024. L’idea è: se un evento è trasmesso illegalmente (soprattutto live), serve una risposta rapida, non un’azione “a posteriori”.

Il meccanismo è semplice sulla carta:

  • alcuni soggetti accreditati (i titolari dei diritti) segnalano domini/FQDN e indirizzi IP
  • i provider e i servizi coinvolti nell’accessibilità (ISP, DNS, e altri attori tecnici) devono bloccare rapidamente, in genere entro 30 minuti

E qui c’è un punto chiave che spesso si perde: nel 2025 il perimetro si allarga, perché le ingiunzioni dinamiche e l’uso della piattaforma vengono estesi a tutti i contenuti audiovisivi trasmessi in diretta, non solo allo sport. Tradotto: non è più “la guerra al pezzotto” e basta. È una leva più ampia.

Perché Cloudflare è stata multata (secondo AGCOM)

Nella ricostruzione dell’Autorità, la sanzione arriva a valle di un procedimento per inottemperanza: AGCOM sostiene di aver ordinato a Cloudflare di disabilitare la risoluzione DNS di nomi di dominio e l’instradamento del traffico verso IP segnalati attraverso Piracy Shield, oppure di adottare misure tecniche equivalenti per rendere i contenuti non fruibili dagli utenti finali.

Il punto non è banale perché Cloudflare non è “il sito pirata”: è un pezzo d’infrastruttura, un intermediario. E proprio qui si sta spostando la partita: non si colpisce solo chi distribuisce, ma chi rende possibile arrivarci.

La tesi di Cloudflare: “strumento grossolano” e poca trasparenza

Cloudflare, invece, descrive Piracy Shield come uno strumento troppo “grezzo”, con poca supervisione e con margini limitati per verificare davvero cosa si sta bloccando. La società parla apertamente di:

  • assenza di controllo giudiziario o garanzie procedurali “classiche”
  • scarsa trasparenza su chi richiede i blocchi e su come vengono gestiti
  • rischio di conflitto con il Digital Services Act (DSA), che chiede restrizioni proporzionate e con tutele

C’è anche un secondo filone, molto concreto: la documentazione. Cloudflare sostiene di aver chiesto accesso agli atti legati al funzionamento del sistema e di aver ricevuto solo consultazioni parziali, in presenza e sotto supervisione. Nel frattempo l’azienda dice di voler portare avanti la questione sia nei tribunali italiani sia davanti alla Commissione europea.

Il vero spauracchio tecnico: DNS, IP e “overblocking”

Qui ci spostiamo dal diritto alla rete vera. Quando si blocca a livello IP o DNS, si rischia il classico effetto “bombardamento a tappeto”: un singolo indirizzo IP può ospitare (o instradare) servizi per tantissimi siti legittimi. È la natura dell’hosting moderno, delle CDN, del cloud.

Cloudflare insiste su questo punto da tempo e lo presenta come un rischio strutturale: se fai blocchi rapidi e automatizzati, con poco spazio di verifica, prima o poi qualcosa di legittimo finisce sotto. E quando succede, non è un disagio “da smanettoni”: può voler dire file irraggiungibili, servizi bloccati, aziende ferme.

Non sto dicendo che l’antipirateria non serva. Dico che, a livello infrastrutturale, l’errore non è un’eccezione: è una possibilità statistica.

Che cosa può succedere adesso

Il ricorso di Cloudflare, in pratica, mette sul tavolo due scenari:

  1. Se prevale l’impostazione AGCOM, il messaggio è chiaro: anche gli attori globali dell’infrastruttura dovranno adeguarsi alle richieste di blocco locali, con sanzioni pesanti in caso di resistenza.
  2. Se il ricorso apre falle sul piano delle garanzie, Piracy Shield potrebbe essere costretto a evolvere: più trasparenza, più tracciabilità delle richieste, procedure di contestazione più rapide, magari blocchi più mirati.

Qualunque direzione prenda, è un caso che farà scuola. Non solo in Italia.

Considerazioni finali

Da osservatore tech, questa storia mi interessa più della multa in sé: è l’ennesima prova che stiamo chiedendo alla rete di fare da tribunale in tempo reale. Capisco la pressione dei diritti e del live (dove “domani” è già tardi), ma se normalizziamo blocchi rapidi e opachi a livello infrastrutturale, rischiamo di rendere Internet più fragile e più arbitraria. La parte ironica è che, nel lungo periodo, un sistema percepito come ingiusto o impreciso finisce per essere anche meno efficace: genera resistenze, contenziosi, workarounds. Se vuoi davvero colpire la pirateria, ti serve precisione. E la precisione, in rete, è quasi sempre figlia della trasparenza.

FAQ

Cos’è Piracy Shield in due righe?
È una piattaforma di AGCOM che permette ai titolari dei diritti di segnalare domini/IP legati a trasmissioni illegali (soprattutto live), chiedendo blocchi rapidi da parte degli operatori coinvolti.

Perché Cloudflare ha ricevuto una sanzione così alta?
AGCOM parla di inottemperanza a un ordine: Cloudflare non avrebbe adottato misure per impedire l’accesso a contenuti segnalati tramite Piracy Shield. La cifra è “oltre 14 milioni”.

Cloudflare può davvero “bloccare Internet” in Italia?
Non in senso assoluto, ma può incidere molto: tra CDN, protezioni e servizi DNS, l’infrastruttura di Cloudflare è usata da una quantità enorme di siti e applicazioni.

Il rischio di bloccare siti legittimi è reale?
Sì, soprattutto quando si interviene su IP/DNS: un blocco può trascinare dietro servizi che non c’entrano nulla, perché condividono infrastruttura.

Il Digital Services Act c’entra davvero?
Cloudflare sostiene di sì: il punto è la proporzionalità e le garanzie procedurali quando si limita l’accesso a contenuti online.

Quali sono i prossimi passi?
Ricorso nei tribunali italiani e, secondo quanto dichiarato, iniziative anche a livello europeo (Commissione UE). Il nodo sarà capire se e come Piracy Shield dovrà cambiare.

Salvatore Macrì
Salvatore Macrìhttps://it.linkedin.com/in/salmacri
Amante della tecnologia e della buona musica, scrivo articoli per passione e per delucidare delle tematiche legate alla vita quotidiana per rendere questo mondo meno complicato. Sensibile ai temi ambientali e strenue sostenitore di una "green revolution" che nasca dal basso.
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