A dicembre 2025 quasi 15 milioni di italiani hanno usato almeno un’app di intelligenza artificiale: parliamo del 35% della popolazione online (18–74 anni) e di una media annua di 12,7 milioni, più del doppio rispetto al 2024.
Il dettaglio che fa rumore, però, è un altro: ChatGPT supera i 10 milioni di utenti unici e viene usato da quasi un italiano su quattro. Non è più il giocattolo da provare una volta e poi dimenticare. È entrato nel quotidiano, nel bene e nel male.
I numeri che spiegano il “salto di fase”
L’analisi (basata su dati Audicom/Audiweb) fotografa un mercato che sta cambiando pelle: dall’entusiasmo un po’ casuale si passa a un uso più stabile, quasi routinario.
- ChatGPT: 10,1 milioni di utenti unici a dicembre 2025 (23,6% della popolazione 18–74). Tempo medio: 1 ora e 47 minuti al mese per persona.
- Google Gemini: è la vera “rimonta” del 2025. Da 2,8 milioni (aprile) a 6 milioni (dicembre), con penetrazione che sale fino al 14,1%.
- Perplexity: da outsider a presenza fissa per chi usa l’IA come motore di ricerca: 1,57 milioni a dicembre.
- Grok: cresce soprattutto grazie all’integrazione dentro X, e il tempo d’uso esplode (qui si vede quanto “conti” l’ecosistema).
- Copilot e DeepSeek: frenano. Copilot scende dal picco, DeepSeek perde slancio dopo l’effetto novità.
E poi c’è il dato più strano, quasi da sociologia digitale: Character AI resta un fenomeno particolare ma con un coinvolgimento enorme, oltre 16 ore al mese per persona. Non è produttività: è intrattenimento, compagnia, roleplay.
Perché ChatGPT resta davanti (anche quando non è “il migliore” su tutto)
La leadership di ChatGPT, almeno in Italia, sembra reggersi su due cose molto concrete: abitudine e linguaggio comune. Non è più “aprire l’app per vedere che succede”, è “fare una cosa”.
Me ne accorgo persino in situazioni banali: gente che fino a un anno fa chiedeva “che app usi per…” ora dice direttamente “chiediamolo a ChatGPT”. È diventato un verbo implicito, un riflesso. E il tempo medio di utilizzo (1h47 al mese) racconta proprio questo: non solo accessi, ma sessioni che durano, cioè richieste più ragionate, più lavoro dentro la chat.
Il 2026 sembra l’anno della selezione, non della sperimentazione
Il punto non è che “ci sono tante app di IA”. Il punto è che le persone stanno scegliendo.
Le app creative pure (musica, immagini, video) restano spesso di nicchia, anche perché molte funzioni si stanno spostando dentro i chatbot più grandi: se puoi generare immagini o contenuti senza cambiare app, perché dovresti uscire? Non a caso, alcune piattaforme dedicate calano parecchio quando le stesse funzioni diventano un pulsante in un’app più famosa.
Questa dinamica si vede anche fuori dal perimetro “app”: secondo analisi legate a Comscore, a dicembre 2025 ogni visitatore ha passato circa 73 minuti al mese sui tool di IA, con picchi più alti tra i giovani. E intanto l’IA entra nella catena “scopro una cosa → ci clicco → compro/leggo”: gli accessi ai retailer provenienti da ChatGPT risultano in forte crescita anno su anno.
Insomma: meno fuochi d’artificio, più infrastruttura.
FAQ
Questi numeri includono chi usa l’IA dentro altre app (tipo social o browser)?
In genere qui si parla di app/servizi specifici e audience misurata su quel perimetro; l’IA “invisibile” integrata altrove è un’altra storia.
Perché Gemini sta crescendo così tanto?
Perché Google lo sta spingendo nel suo ecosistema e sta diventando più “facile da incontrare” durante l’uso quotidiano.
Perplexity è davvero un’alternativa a Google?
Per molti è più un motore di ricerca conversazionale: meno link da aprire, più risposte già composte (con tutti i pro e contro del caso).
Come mai Copilot cala in Italia?
Il dato segnala che l’hype non basta: se un prodotto non diventa abitudine, scende dopo il picco.
Perché Character AI fa così tante ore rispetto agli altri?
Perché intercetta un uso diverso: intrattenimento e relazione, non solo “fammi un riassunto” o “scrivimi una mail”.
Considerazioni finali
Questi 15 milioni non mi sembrano un semplice “successo delle app”. Mi sembrano l’inizio di una nuova interfaccia dell’Internet italiano: meno navigazione, più conversazione. E quando una tecnologia smette di essere un posto dove vai “a curiosare” e diventa un posto dove vai “a fare cose”, cambia il modo in cui impariamo, compriamo, ci informiamo, perfino come ci intratteniamo.
Il lato affascinante è la velocità: l’Italia, spesso prudente sulle novità digitali, qui sta correndo. Il lato che mi lascia inquieto è l’effetto standardizzazione: se due o tre ecosistemi catturano quasi tutto, rischiamo un web più comodo… ma anche più omogeneo, meno esplorato, meno nostro.





