HomeTecnologia e ScienzeIl James Webb ha fotografato un “cranio” nello spazio (e dentro c’è...

Il James Webb ha fotografato un “cranio” nello spazio (e dentro c’è un cervello di gas)

Ogni tanto l’Universo fa quella cosa lì: prende un fenomeno fisico serissimo e lo “impacchetta” in una forma che il nostro cervello riconosce al volo. Stavolta il protagonista è il telescopio spaziale James Webb, che ha ripreso una nebulosa così somigliante a un cervello racchiuso in un cranio traslucido da sembrare quasi una copertina sci-fi anni ’80. Solo che non è un’illustrazione: è un oggetto reale, lontanissimo, e racconta gli ultimi istanti di vita di una stella.

Il soprannome è già tutto un programma: “Exposed Cranium”, in italiano qualcosa come “cranio esposto”. E sì, lo so: a volte i nickname astronomici sembrano marketing. Qui però funzionano, perché la somiglianza è davvero impressionante.

Cos’è PMR 1, la nebulosa “cranio esposto”

L’oggetto in questione si chiama PMR 1 e si trova a circa 5.000 anni luce, nella costellazione delle Vele (Vela).
Parliamo di una nebulosa legata alla fase finale della vita di una stella: un guscio di gas e polveri che si espande nello spazio, illuminato (e “scolpito”) dall’energia dell’astro centrale che sta cambiando pelle.

Curiosità da nerd spaziale: PMR 1 era stata notata già alla fine degli anni ’90, ma il suo “momento pop” è arrivato quando l’infrarosso ha iniziato a tirare fuori dettagli che nel visibile restano nascosti. È anche il motivo per cui Spitzer, nel 2013, aveva già alimentato il mito della nebulosa “a forma di testa”.

Perché sembra un cervello dentro un cranio

La metafora funziona per due motivi molto concreti:

  • Il “cranio” è una bolla esterna: un guscio di gas espulso per primo, in gran parte idrogeno.
  • Il “cervello” è la parte interna, più densa e “nervosa” nelle strutture: qui c’è un mix di gas e polveri, con filamenti e increspature che ricordano davvero le circonvoluzioni cerebrali.

Poi c’è il dettaglio che fa scattare la pareidolia (e manda Internet in modalità “zoom al 400%”): una banda scura verticale che divide l’oggetto in due metà, proprio come la fessura che separa i nostri emisferi. Webb la vede bene sia nel vicino che nel medio infrarosso.

L’ipotesi più interessante è che quella “linea” sia legata a getti/outflow emessi dalla stella centrale: due getti opposti che spingono via materiale e scavano, letteralmente, una traccia nella nebulosa. Nelle immagini, l’indizio sembra più evidente nella parte alta, dove il gas interno pare “sfondare” verso l’esterno.

Il trucco non è un filtro: è l’infrarosso (e qui Webb gioca in casa)

Una cosa che vale la pena tenere a mente: Webb non sta “colorando” per farci contenti. Sta osservando in infrarosso e ci mostra cose diverse a seconda dello strumento.

In breve:

  • NIRCam (vicino infrarosso): più stelle e galassie di sfondo visibili, e un’immagine spesso più “pulita” nella struttura.
  • MIRI (medio infrarosso): la polvere cosmica diventa protagonista, perché “brilla” meglio a lunghezze d’onda più lunghe; l’interno sembra più ricco di materiale.

È uno dei motivi per cui queste coppie di immagini (NIRCam vs MIRI) sono così didattiche: con un colpo d’occhio capisci che lo stesso oggetto cambia faccia a seconda di cosa vuoi “interrogare” (gas ionizzato? polveri? strutture fini?).

La domanda vera: che stella c’è al centro, e come finirà davvero?

Qui la storia diventa meno “meme” e più astrofisica pura. Sappiamo che PMR 1 è generata da una stella vicina alla fine della sua vita, che sta espellendo gli strati esterni. Ma l’esito finale dipende dalla massa: se è abbastanza massiccia, potrebbe arrivare a una supernova; se invece è più simile al Sole, il finale tipico è la nana bianca, un nucleo densissimo che si raffredda lentamente nel corso di tempi cosmici.

E quel “taglio” centrale, se davvero collegato ai getti, potrebbe dare indizi anche su orientamento e dinamica del sistema: non solo un’immagine bella, ma una specie di TAC cosmica.

FAQ

PMR 1 è una nebulosa planetaria?

È collegata alla fase finale di una stella che perde i suoi strati esterni; in molti casi oggetti del genere rientrano nella categoria delle nebulose planetarie (nome storico, non c’entrano i pianeti).

Perché si chiama “cranio esposto”?

Per l’aspetto: una bolla esterna semitrasparente e strutture interne che ricordano un cervello, con una “fessura” centrale ben visibile.

A che distanza si trova?

Circa 5.000 anni luce, nella costellazione di Vela.

Cosa cambia tra NIRCam e MIRI?

NIRCam tende a far emergere meglio stelle e galassie di sfondo; MIRI mette in risalto la polvere e parte del materiale più “freddo”.

La stella al centro esploderà?

Non è ancora certo: se è molto massiccia sì, altrimenti è più probabile l’esito “nana bianca”.

È un oggetto “nuovo” scoperto da Webb?

No: era già noto, ma Webb sta mostrando dettagli che prima erano fuori portata, soprattutto nella struttura interna e nella separazione centrale.

Considerazioni finali

La cosa che mi piace di queste immagini non è il “wow sembra un cervello” (che pure, dai, è irresistibile). È il fatto che Webb riesca a far convivere due mondi: l’estetica virale e il dato scientifico serio.

PMR 1 è un promemoria visivo di quanto siano fisiche le morti stellari: gusci espulsi, getti, polveri che si scaldano e raffreddano, chimica che si redistribuisce nello spazio. E sì, mi sta bene che NASA/ESA giochino con i soprannomi: se un’etichetta azzeccata porta più persone a guardare davvero cosa c’è dietro, ben venga. Il rischio è solo uno: fermarsi alla forma e non ascoltare la storia. Qui la storia è enorme.

Julie Maddaloni
Julie Maddaloni
Ciao! Sono una blogger appassionata di tecnologia e delle news dei mondi Apple e Android. Amo scoprire le ultime novità del settore e condividere storie e consigli utili con chi, come me, è sempre alla ricerca delle ultime novità. Quando non sono immersa tra recensioni e aggiornamenti tech, mi rilasso con una buona pizza e una maratona di serie TV! 🍕📱💙
TI POTREBBERO INTERESSARE

ARTICOLI CONSIGLIATI

Pre-workout e insonnia

Pre-workout e adolescenti: l’energia “facile” che ruba sonno

Negli ultimi due anni ho visto sempre più ragazzi arrivare in palestra con lo shaker già pronto, come se fosse un accessorio obbligatorio: cuffie, guanti, e quella polvere “pre-workout” che promette focus, carica e pump. Il problema è che molti di questi prodotti non ti danno solo energia: ti spostano anche il sonno. E quando parliamo di adolescenti (o giovani adulti), non è un dettaglio.Una ricerca canadese pubblicata su Sleep Epidemiology ha messo nero su bianco un legame che, a dire il vero, tanti intuivano già: chi usa integratori pre-allenamento ha oltre il doppio delle probabilità di dormire 5 ore o meno.
Perché le notifiche ci attirano così tanto

Perché le notifiche ci attirano così tanto

Succede sempre nello stesso modo: stai facendo qualcosa di serio (lavoro, studio, anche solo cucinare) e… vibrazione. O quel minuscolo “ding” che, a quanto pare, è più potente della caffeina. Il bello è che spesso non è nemmeno una notifica importante: magari è un like, una promo, un “ti sei perso questo”.Negli ultimi giorni è tornata a circolare una spiegazione che mi convince più di tante prediche sul “devi disciplinarti”: il nostro cervello non tiene l’attenzione fissa come un laser. La fa oscillare, rapidamente, come se avesse un metronomo interno che alterna focus e scansione dell’ambiente. E oggi le app ci sguazzano.
La dieta MIND e il “cervello più giovane”

La dieta MIND e il “cervello più giovane”: lo...

Se ti dico “invecchiamento del cervello”, probabilmente ti vengono in mente cruciverba, app di training cognitivo, magari qualche integratore dall’etichetta aggressiva. E invece, ogni tanto, torna il solito sospetto (non così glamour): la differenza la fa la quotidianità. Tipo quello che metti nel piatto.Un nuovo lavoro su oltre 1.600 adulti seguiti per più di un decennio suggerisce che chi mangia in modo più vicino alla dieta MIND mostra segni di invecchiamento cerebrale più lento, con una stima che arriva a circa 2,5 anni “risparmiati” sul piano strutturale. Non è una promessa da spot, né un “trucco”. È un segnale interessante, soprattutto perché qui non si parla solo di memoria percepita o test al computer: si parla di risonanze magnetiche e di cambiamenti fisici nel cervello.
Microbi in viaggio tra pianeti

Microbi in viaggio tra pianeti: la litopanspermia smette (un...

C’è un’idea che torna ciclicamente ogni volta che si parla di vita nello Spazio: e se i microbi potessero “saltare” da un pianeta all’altro, nascosti dentro frammenti di roccia sparati via da un impatto? È la litopanspermia: una parola un po’ brutta, ma un concetto affascinante.In questi giorni è tornata sotto i riflettori grazie a un nuovo studio che mette un tassello interessante nella catena “impatto → espulsione → viaggio → atterraggio”: alcuni microrganismi potrebbero sopravvivere alle pressioni violentissime dell’espulsione da un pianeta, tipo Marte. Non significa “abbiamo trovato la vita marziana”, però sposta la discussione da “impossibile” a “ok, almeno la fisica non lo vieta”.