Sei denti di Homo erectus, vecchi di circa 400.000 anni, potrebbero conservare una traccia arrivata fino a persone che vivono oggi nel Sud-est asiatico e in Oceania. Lo suggerisce uno studio pubblicato su Nature, che ha estratto proteine dallo smalto dentale di fossili trovati in Cina.
La novità non è soltanto il possibile legame con i Denisoviani: è il metodo. Il DNA di reperti così antichi non è più recuperabile, mentre le proteine dello smalto, il tessuto più duro del corpo, possono resistere molto più a lungo. I risultati rafforzano l’idea di un’evoluzione umana fatta anche di incontri e scambi genetici tra popolazioni diverse.
Se denti antichissimi raccontano ciò che il DNA non può più dire
Per gran parte del Novecento, l’evoluzione umana veniva spesso raffigurata come un albero ordinato: una specie si separa dall’altra, ogni ramo prosegue per conto proprio e alcune linee si estinguono senza lasciare discendenti. Negli ultimi decenni, lo studio dei genomi antichi ha complicato profondamente quel disegno.
I Neanderthal, per esempio, hanno lasciato una componente genetica nelle popolazioni moderne fuori dall’Africa. Anche i Denisoviani, un gruppo umano arcaico conosciuto inizialmente grazie a reperti di una grotta siberiana, hanno contribuito al patrimonio genetico di alcune popolazioni dell’Asia sud-orientale e dell’Oceania.
Il nuovo lavoro porta l’indagine più indietro nel tempo e coinvolge Homo erectus, una specie considerata fra le prime a lasciare l’Africa e diffondersi in Eurasia. I ricercatori hanno analizzato proteine estratte dallo smalto di sei denti attribuiti a tre siti cinesi: Zhoukoudian, Hexian e Sunjiadong. Tutti i reperti risalgono approssimativamente a 400.000 anni fa.
Non si tratta quindi di aver ricostruito un genoma di Homo erectus. Il risultato nasce dal confronto tra piccole variazioni nelle sequenze proteiche, cioè cambiamenti negli amminoacidi che compongono le proteine.
Due segnali molecolari e un possibile passaggio tra popolazioni
Nei sei denti è stata individuata una variante di amminoacido mai osservata in altri ominini, viventi o estinti. Questo segnale accomuna gli esemplari dell’Asia orientale in un gruppo distinto e, secondo l’interpretazione riportata, sostiene la loro attribuzione a Homo erectus. Aiuta inoltre a chiarire la discussione sulla natura degli insoliti fossili di Hexian.
Un secondo segnale è quello che rende lo studio particolarmente rilevante. Una variante presente nei denti di Homo erectus compare anche nei Denisoviani. La corrispondente variante genetica è stata rilevata nelle popolazioni attuali con una frequenza indicata del 21% nelle Filippine e di circa 1% in India.
L’interpretazione più ragionevole proposta dagli autori è un percorso in più passaggi: popolazioni di Homo erectus dell’Asia orientale avrebbero trasmesso quella variante ai Denisoviani attraverso incroci; in seguito i Denisoviani l’avrebbero passata agli antenati di gruppi moderni del Sud-est asiatico e dell’Oceania. Il trasferimento di materiale genetico tra gruppi differenti prende il nome di introgressione.
È importante distinguere il dato dall’inferenza. Le proteine nei denti e la variante condivisa sono gli elementi osservati; la sequenza di incroci che collega Homo erectus, Denisoviani e popolazioni attuali è la spiegazione proposta per rendere conto della loro distribuzione. Le conseguenze funzionali della variante restano sconosciute.
L’evoluzione non appare più come una serie di linee isolate
Il quadro emerso dagli studi genetici moderni è sempre meno compatibile con l’idea di specie umane completamente separate. Gli esseri umani moderni fuori dall’Africa possiedono in media circa il 2% di DNA neanderthaliano, mentre Papuani e aborigeni australiani presentano anche una quota di ascendenza denisoviana stimata tra il 2% e il 5%, secondo quanto riportato dalla fonte.
Esistono inoltre segnali genetici associati a una linea arcaica non identificata in popolazioni dell’Africa occidentale. I Denisoviani stessi, alla luce delle nuove evidenze, potrebbero avere ricevuto materiale genetico da una popolazione più antica e divergente, probabilmente Homo erectus.
Questo non trasforma ogni incontro tra gruppi umani antichi in una certezza misurabile nei dettagli. Significa però che i confini tra le popolazioni del passato erano probabilmente più permeabili di quanto suggerisse la metafora del singolo albero genealogico. Una metafora più adatta è quella di corsi d’acqua che si dividono, scorrono vicini e talvolta tornano a unirsi.
Perché la proteomica può cambiare la ricerca sui fossili
Il vero salto di metodo è la proteomica antica: l’analisi delle proteine sopravvissute nei resti fossili. Il DNA tende a degradarsi e, per reperti di centinaia di migliaia di anni, spesso non è più disponibile. Lo smalto dentale può invece proteggere alcune proteine per tempi molto più lunghi.
Questa possibilità apre una strada per studiare popolazioni di cui finora si conoscevano quasi soltanto ossa e strumenti. La fonte cita, tra gli altri, Homo floresiensis dell’isola di Flores e Homo luzonensis delle Filippine: nessuno dei due ha finora restituito DNA e, secondo la fonte, fino a questo studio non aveva fornito dati molecolari.
Applicare lo stesso approccio ad altri denti o resti adatti potrebbe aiutare a capire se quelle popolazioni abbiano lasciato contributi genetici nelle comunità che le hanno seguite. Per ora è una possibilità di ricerca, non una conclusione sui singoli gruppi.
Domande frequenti
È stato recuperato il DNA dai denti di Homo erectus?
No. Lo studio ha analizzato proteine dello smalto dentale, non sequenze di DNA. Proprio la maggiore resistenza delle proteine permette di ottenere informazioni biologiche da fossili troppo antichi per il recupero del DNA.
Cosa collega Homo erectus ai Denisoviani?
Nei reperti cinesi e nei Denisoviani compare una stessa variante proteica. Gli autori interpretano questa somiglianza, insieme alla distribuzione della corrispondente variante genetica nelle popolazioni moderne, come indizio di un antico scambio genetico.
La variante ha un effetto noto sulle persone di oggi?
No. La fonte precisa che le conseguenze funzionali della variante attribuita a Homo erectus non sono ancora note. Non è quindi possibile associare a essa una caratteristica biologica o un vantaggio adattativo specifico.
Considerazioni finali
La parte più convincente di questa ricerca è che allarga il campo senza forzare una risposta definitiva. I denti non consegnano un genoma completo né risolvono ogni rapporto di parentela nel Pleistocene, ma mostrano che le proteine possono conservare segnali informativi dove il DNA non arriva più.
Il punto decisivo è il cambio di prospettiva: Homo erectus non appare più soltanto come una linea remota conclusa nel passato, bensì come una possibile componente di una storia di contatti genetici che arriva, per una piccola traccia molecolare, fino a popolazioni viventi.

