C’è una di quelle notizie scientifiche che, lette di fretta, sembrano fatte apposta per generare ansia: un gruppo sanguigno sarebbe associato a un rischio più alto di diabete di tipo 2. Il punto interessante, però, non è tanto “scoprire se siamo salvi o condannati” in base alla lettera scritta sulla nostra tessera sanitaria. Sarebbe una lettura troppo comoda, e anche sbagliata. La parte davvero utile è capire quanto pesa questo dato dentro il quadro molto più largo del rischio metabolico.
Il riferimento arriva da una grande revisione pubblicata su BMC Medicine nel 2024, che ha analizzato 51 revisioni sistematiche con meta-analisi, per un totale di 270 associazioni tra gruppi sanguigni ABO/Rh e diversi esiti di salute. Tra tutte queste correlazioni, una sola è emersa come “convincente”: quella tra gruppo sanguigno B e maggiore rischio di diabete di tipo 2 rispetto ai gruppi non-B. L’aumento stimato è stato di circa il 28%.
Cosa dice davvero lo studio
Il dato principale è semplice: chi ha gruppo sanguigno B, positivo o negativo, sembra avere una probabilità leggermente più alta di sviluppare diabete tipo 2 rispetto a chi non appartiene al gruppo B. ScienceAlert ha ripreso lo studio sottolineando proprio questo punto: non parliamo di un rischio enorme, ma di un segnale che può diventare più rilevante se si somma ad altri fattori già noti.
E qui serve mettere un freno alla tentazione da titolo sensazionalistico. Un aumento relativo del 28% non significa che chi ha gruppo B svilupperà automaticamente il diabete. Significa che, dentro i dati osservati, il gruppo B compare più spesso associato alla malattia rispetto agli altri gruppi. È una differenza statistica, non una diagnosi scritta nel sangue.
Anche studi precedenti andavano in una direzione simile. Una ricerca basata sulla grande coorte francese E3N, con oltre 82.000 donne seguite tra il 1990 e il 2008, aveva trovato un rischio più alto nei gruppi A e B rispetto al gruppo O, con il valore più marcato per il gruppo B+ quando confrontato con O-. Gli autori concludevano che il gruppo O sembrava associato a un rischio più basso di diabete tipo 2.
Perché il sangue potrebbe entrarci qualcosa
La domanda più ovvia è: che c’entra il gruppo sanguigno con il metabolismo degli zuccheri? La risposta, per ora, non è definitiva. I gruppi ABO dipendono da antigeni presenti sulla superficie dei globuli rossi, ma queste differenze biologiche possono riflettersi anche su processi immunitari, infiammatori e vascolari. La revisione del 2024 ricorda che alcune variazioni legate al locus ABO sono state associate a proteine plasmatiche coinvolte in infiammazione e crescita cellulare.
Tradotto in modo meno da laboratorio: il gruppo sanguigno potrebbe essere un piccolo indicatore di un terreno biologico più complesso. Non è “la causa” del diabete. Potrebbe essere uno dei tanti segnali che raccontano come funziona il nostro organismo.
Nel frattempo, la ricerca sul diabete tipo 2 sta andando molto oltre i classici fattori di rischio. Uno studio del 2025 su Scientific Reports, ad esempio, ha lavorato su modelli di rischio genetico e dati clinici per migliorare la previsione del diabete tipo 2, ricordando quanto la malattia sia legata a genetica, obesità, ambiente e stile di vita.
Il rischio vero resta multifattoriale
La parte che non va persa è questa: il gruppo sanguigno non batte i fattori di rischio principali. Peso corporeo, sedentarietà, età, familiarità, prediabete, storia di diabete gestazionale e alcune condizioni metaboliche restano molto più centrali nella valutazione del rischio individuale. Il CDC elenca tra i fattori più rilevanti sovrappeso o obesità, età, familiarità, scarsa attività fisica e prediabete.
Anche l’OMS descrive il diabete tipo 2 come una condizione spesso prevenibile, collegata soprattutto a sovrappeso, poca attività fisica e genetica. Il quadro globale rende il tema ancora più serio: secondo l’International Diabetes Federation, nel 2024 circa 589 milioni di adulti tra 20 e 79 anni vivevano con il diabete, con una proiezione di 853 milioni entro il 2050.
Considerazioni
Questa ricerca è interessante perché aggiunge un tassello alla medicina predittiva, non perché cambia da sola il modo in cui si previene il diabete. Il gruppo sanguigno è un dato facile da conoscere, stabile nel tempo e già disponibile per molte persone. Da qui a trasformarlo in uno strumento clinico autonomo, però, ce ne passa.
A mio avviso, il punto più concreto è un altro: il futuro della prevenzione passerà sempre più dall’incrocio di dati diversi. Genetica, analisi del sangue, storia familiare, composizione corporea, abitudini quotidiane e forse anche gruppo sanguigno. Presi singolarmente dicono poco. Messi insieme possono raccontare molto di più.
Il gruppo B, quindi, non è una condanna. È semmai un piccolo promemoria biologico: il rischio di diabete tipo 2 non nasce da un solo interruttore, ma da tanti segnali che si accendono nel tempo.
FAQ
Il gruppo sanguigno B causa il diabete tipo 2?
No. Lo studio mostra un’associazione statistica, non un rapporto diretto di causa-effetto. Avere gruppo B non significa sviluppare sicuramente il diabete.
Il gruppo 0 è protettivo?
Alcuni studi suggeriscono un rischio più basso nei soggetti con gruppo 0, ma non abbastanza da considerarlo una protezione assoluta. Anche chi ha gruppo 0 può sviluppare diabete tipo 2.
Devo fare controlli più spesso se ho gruppo B?
Il gruppo sanguigno da solo non basta per decidere la frequenza dei controlli. Ha più senso considerarlo insieme a familiarità, peso, età, glicemia, attività fisica e altri fattori clinici.
Questo dato cambia la prevenzione?
Non in modo diretto. La prevenzione resta legata soprattutto a peso, movimento, alimentazione, diagnosi precoce del prediabete e monitoraggio medico quando necessario.





